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Société des Missions Africaines – Province d'Italie

UBBIALI Giacomo né le 22 mai 1933 à Verdello
dans le diocèse de Bergame (Italie)
serment permanent le 29 juin 1957 
prêtre le 15 février 1958 à Lyon
décédé le 2 avril 2008 à Gênes (Italie)

1958-1961 missionnaire en Côte d'Ivoire
vicaire à Lakota (Gagnoa)
1961-1965 Gênes, directeur spirituel
1965-1968 Tanda (Bondoukou), curé
1968-1973 Gênes, économe
1973-1983 Rome, économe général
1983-1984 Paris, année sabbatique
1984-1987 Bondoukou, vicaire
1987-1991 Calavi, Centre Brésillac, économe
1991-1992 Irlande, année sabbatique
1992-1998 Bondoukou, centre Botogoni, responsable
1998-2008 Gênes, retiré et soins

décédé à Gênes (Italie), le 2 avril 2008,
à l’âge de 74 ans



Le père Giacomo UBBIALI (1933 - 2008)

“Amo la vita. Non ho paura di morire”

Originario di Verdello (BG) era stato il primo seminarista italiano a rispondere all’appello di P. Colleran, il missionario SMA irlandese che visitava i Seminari Diocesani italiani chiedendo missionari per l’Africa.

Era il 1953 e P. Giacomo lasciò Bergamo per andare in Belgio e in Francia per la formazione teologica. Fu ordinato sacerdote a Lione, il 15 febbraio 1958 e quello stesso anno partì per la Costa d’Avorio, due anni prima che il paese diventasse indipendente.

Nei suoi cinquant’anni di vita sacerdotale ha alternato periodi di ministero in Africa (Costa d’Avorio e Benin) a periodi di servizio come economo della casa di Genova e come Economo Generale a Roma. In questa veste collaborò con molti Vescovi e Cardinali Africani. Di Lui ha scritto il Card Gantin, Decano Emerito del Sacro Collegio, a lui legato da lunga amicizia: “E’ stato un missionario molto amato e stimato ovunque ha esercitato il suo ministero”.

 P. Lionello Melchiori, attuale Superiore provinciale della Sma Italiana, lo ricordava così nell’omelia funebre: “Noi giovani seminaristi degli anni ’60 guardavamo estasiati, come un esempio da imitare in tutto, quel pezzo d’uomo di 120 chili, nostro direttore spirituale appena rientrato dalla missione. Nelle meditazioni mattutine ci inculcava la sua spiritualità fatta di cose semplici e essenziali: fedeltà, costanza, lavoro, sacrificio, umorismo sui propri difetti, e tutto ciò che gli sembrava necessario per poter stare in piedi nei momenti difficili: preghiera, Eucaristia, Sacramento della Riconciliazione, devozione alla Madonna, lavoro per guadagnarsi il pane, alla maniera della povera gente che non si nutre di idee, ma dell’opera delle proprie mani”.

Le vocazioni sacerdotali e missionarie erano la sua passione. Negli anni ’80 aveva collaborato con entusiasmo alla grande impresa di aprire la SMA ai giovani africani. Era un compito che richiedeva convinzione, fiducia, ottimismo e ciò non faceva difetto a P. Giacomo, che si diede senza risparmio nella costruzione e la gestione del “Centro Brésillac” nel Benin, prima casa di formazione per i candidati SMA africani. E fino alla fine per molti preti africani fu fratello maggiore, attento e generoso nel consigliarli e accompagnarli nel ministero.

Gli ultimi dieci anni furono segnati dalla malattia che lo costrinse a ritirarsi a Genova, nella casa SMA di Via Borghero, a Quarto. Era affetto da problemi cardiaci e respiratori, che si aggravarono progressivamente fino alla morte all’ospedale San Martino, il 2 aprile 2008.

Questi lungi anni di sofferenza e di dipendenza dagli altri furono una prova che affrontò con coraggio e grande fede. Qualche mese fa, in un momento in cui la malattia aggravava la sua già precaria situazione, commosso, disse ad una delle sue tre sorelle religiose, missionaria come lui: “Amo la vita. Non ho paura di morire. Sono pronto. Non ho chiesto al Signore la malattia, ma l’ho accettata: la mia missione ora è nella sofferenza”.

I funerali, presieduti dal Vescovo di Bergamo, suo compagno di scuola, con una cinquantina di sacerdoti il 5 aprile a Verdello suo paese natale, sono stati un momento di grande fede e serenità. Proprio in quella sua terra natale, qualche anno fa, P. Giacomo aveva ricevuto dall’amministrazione comunale il premio “Fede e coraggio”, le due parole che esprimono al meglio la sua lunga vita missionaria.